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Differenze tra voce maschile e voce femminile

Non ci sono dubbi! Mondo maschile e mondo femminile sono caratterizzati da profonde differenze, una su tutte quella dettata dalla natura.Il corpo maschile e il corpo femminile sono caratterizzati da profonde differenze che coinvolgono anche l’aspetto del nostro organo vocale, le sue specificità fisiche, nonché la resa della voce all’esterno identificabile nel genere.
Prima di addentrarci nelle differenze organiche che contraddistinguono e differiscono una voce dall’altra, vorremmo sottolineare come nello studio della tecnica del canto, dei generi e degli stili musicali e delle diverse tecniche ad essi applicate, non esiste differenza di genere tra quello che può fare una voce femminile e quello che può fare una voce maschile. Entrambe le voci hanno la possibilità di, ad esempio, lavorare sulla propria estensione vocale, acquisendo suoni più gravi e più acuti rispetto al range iniziale; sviluppare un ottimo utilizzo dei passaggi di registro tra voce di petto, di misto e di testa, sviluppando così non solo un migliore controllo della propria espressività vocale, ma acquisendo anche una conoscenza approfondita dei registri che permettono di addentrarsi nell’interpretazione di brani completamente differenti tra loro, e molto altro. Le certificazioni internazionali per canto moderno di Trinity College London, ad esempio, hanno precorso i tempi nell’abbattere le distinzioni di genere. Il repertorio d’esame, infatti, contiene un’ampia selezione di brani sia maschili che femminili, adattabili per tonalità a seconda della propria estensione, eliminando già in partenza il primo pregiudizio spesso insito nei principianti secondo cui una voce femminile debba cantare solo brani femminili e lo stesso per le voci maschili.
Certamente compito dell’insegnante è prestare attenzione alle caratteristiche fisiche del singolo, con un occhio attento alle fasi evolutive dell’allievo.
La prima caratteristica fisica che differenzia la voce maschile da quella femminile, infatti, sta proprio nella sua natura: durante la fase della pubertà laringe e corde vocali subiscono delle modifiche importanti nei due sessi. In media le corde vocali maschili hanno una lunghezza superiore di 6 mm negli uomini rispetto alle donne (16mm contro 10mm) e, mentre negli uomini la laringe sviluppa in modo tale da rendere maggiormente visibile il pomo d’adamo, le corde vocali femminili si assottigliano del 20/30% in più rispetto a quelle maschili, rendendo così la voce femminile più acuta. La “muta vocale”, di cui abbiamo parlato anche nell’articolo La voce dei bambini e il cambiamento vocale, diventa una fase delicata negli allievi di sesso maschile e porta insegnante e allievo a calibrare con cura l’allenamento, al fine di accompagnare questo passaggio verso una “nuova voce”. Il lavoro sarà incentrato più che altro a stabilizzare l’uso della voce, in conseguenza degli sbalzi frequenti tra suoni acuti e suoni gravi propri di questo momento di passaggio. Nelle donne l’attenzione sarà rivolta alla delicata fase di accettazione dell’arrivo del ciclo mestruale che, con i suoi cicli ormonali, influenzerà la resa vocale a seconda dei periodi del ciclo, con una maggiore rigidità nella fase pre-mestruale.
Questi momenti così specifici e particolari andranno però ad incidere solo in parte sul lavoro di allenamento vocale. Come già anticipato, in alcune fasi si andrà a lavorare solo su alcuni aspetti, ma non esistono vocalizzi o tecniche propri di una sola delle due voci. E’ come dare per scontato che per le donne sia più facile raggiungere i suoni acuti e per gli uomini i suoni gravi: non è assolutamente così! Le difficoltà tecniche che si incontrano nello sviluppo del proprio range, per continuare con questo esempio, sono assolutamente identiche per tutti.
Pensate ad esempio a voci come quella di Sam Smith e quella di Beyoncé: vi possiamo garantire che tra i due, chi raggiunge i suoni più gravi è Beyoncé! Non ci credi? Ti basta fare una piccola ricerca 😉 (Sam Smith D3-E6, Beyoncé G#2 – E6)
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Conosci i SOVTE?

Con questo articolo vorremmo introdurre qualche suggerimento pratico per programmare uno studio del canto efficace e sistematico. Abbiamo già detto precedentemente che la lezione di canto inizia con il riscaldamento vocale, un momento che spesso viene trascurato, ma che invece è molto importante, una fase da non saltare anche quando si canta da soli o prima di prove, esibizioni o registrazioni. “Scaldare la voce” significa fare degli esercizi che non affaticano e che allo stesso tempo permettano i giusti movimenti all’apparato fonatorio per prepararsi all’allenamento tecnico o a cantare dei brani. Sono quindi esercizi che si sviluppano su un’estensione più limitata (un’ottava ad esempio) per poi crescere progressivamente solo dopo aver acquisito scioltezza su quei primi suoni. E’ importante non affrontare subito, a voce fredda, i range più estremi dell’estensione vocale, perché corriamo il rischio di procurare un abbassamento di voce o altre disfunzioni. E’ opportuno dedicare dai 5 ai 10 minuti al riscaldamento proprio per avere il tempo di sollecitare muscoli e meccanismi e premettere una coordinazione sistemica.
Gli esercizi possono essere dei vocalizzi per gradi congiunti ascendenti e discendenti, o dei glissando, magari ripetuti dove necessario, eseguendo tutte le vocali per stimolare il corretto movimento dei muscoli facciali, per percepire se c’è tensione mandibolare, per verificare cosa fa la nostra lingua, per valutare se il diaframma è mobile o bloccato. E’ un momento di check, ma anche un momento che può diventare veloce e trovare validi aiuti per riscaldarsi bene.
Esistono infatti degli esercizi chiamati SOVTE ovvero Semi-Occluded Vocal Tract Exercises che servono proprio per riscaldare la voce velocemente e in modo sicuro, ovvero senza farsi male. Ricordiamo che la voce è la trasformazione di aria in suono e ciò avviene quando il nostro fiato dai polmoni risale verso la gola, incontra le corde vocali, diventa voce, arriva alla bocca ed esce all’esterno. Stiamo tracciando un percorso essenziale, per visualizzare velocemente il vocal tract come il luogo della fonazione. Se durante questo percorso il tratto vocale viene semi-occluso la voce non si fermerà, ma continuerà il suo viaggio verso l’esterno modificandosi in base alla variazione che ha coinvolto il percorso.
Se ad esempio chiudo le labbra per eseguire un vocalizzo con la consonante “m” (quindi utilizzando il muto) il risultato non sarà il silenzio, ma un suono formato da labbra chiuse, risonanze, posizione dei muscoli per vocalizzare “m”, aumento della pressione sottoglottica e altri adattamenti preziosi. L’impedenza che modifica il vocal tract non ha nessuna accezione negativa, ma porta con sé un lavoro della muscolatura molto interessante senza produrre tensione. Con i sovte il cantante alleggerisce la fatica che normalmente percepisce durante il canto riuscendo così con facilità a raggiungere una fonazione molto più stabile, corposa, intonata a agile. Migliora l’intonazione, aumentano le risonanze, la voce è più ferma e gestibile. Questa tipologia di esercizi ha origini già nell’ottocento con i trilli linguali, i trilli labiali e gli esercizi “muti”. Si è compreso subito che mettere una parziale occlusione al vocal tract era un’ottima strategia per un warm up sicuro e veloce. Successivamente si è ampliato l’utilizzo dei sovte impiegandoli anche nella didattica canora. Nello studio dei brani si possono impiegare i sovte per esempio per “sistemare” passaggi complessi nelle melodie di alcune canzoni oppure per “spostare” più in avanti la voce di un cantante che ha difficoltà a proiettare nello spazio.
I sovte sono di diversi tipi, si va dai trilli e i muti già citati, ad esercizi da effettuare con una cannuccia immersa in mezza bottiglia d’acqua, a maschere e devices avanzati utilizzati molto anche in campo logopedico durante i percorsi riabilitativi.
Noi durante le lezioni li usiamo spesso sia in fase di riscaldamento che come supporto in alcuni aspetti tecnici e gli allievi stessi hanno subito notato un miglioramento netto nell’intonazione e stabilità della fonazione. Ne parleremo ancora, continua a seguirci!
Per approfondimenti vi consigliamo questo testo: SOVTraining. La voce e i sovte. Fisiologia canto e logopedia, Marco Fantini Vittoria Carlino, Claudio Fabro, Ed. Volonté&Co.
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I 3 errori più comuni nella scelta del repertorio per un cantante ai suoi esordi

Nella scelta del repertorio da studiare si commettono spesso 3 errori che dovremmo invece evitare soprattutto se vogliamo progredire nello studio del canto, conoscere e approfondire generi diversi, scoprire le nostre abilità vocali senza limiti e pregiudizi. Vediamo quali sono questi errori.
1. Scegliere un brano pensando esclusivamente alla propria estensione vocale.
Posto che la tonalità di un brano può essere sempre adeguata per assecondare la nostra estensione del momento, commettere questo errore ci può portare a non sperimentare mai un brano che potrebbe invece portare ad estendere la nostra estensione vocale, sia verso i suoni gravi sia verso quelli acuti. Questo errore, se commesso soprattutto all’inizio dello studio della propria voce, in una fase quindi ancora di conoscenza e scoperta delle proprie caratteristiche vocali, tutte ancora da potenziare, può creare un limite mentale, pensando come irraggiungibili, ad esempio, suoni acuti che non abbiamo ancora mai neanche provato ad eseguire.
2. Scegliere un brano basandosi esclusivamente sui propri generi di ascolto preferiti.
Nonostante sia essenziale assecondare i propri gusti musicali sia in fatto di ascolti che di esecuzione, limitare lo studio solo ad alcuni generi può precluderci non solo la scoperta di nuove strade da percorrere, ma anche l’esplorazione di elementi tecnici specifici. Chi può dire a priori su quali elementi tecnici e stilistici la propria voce si esprime al meglio? Come possiamo capire e sperimentare lo scat se non abbiamo mai provato a cantare un brano jazz? Come possiamo capire se la nostra voce è adatta di più al blues anziché al pop se non proviamo ad eseguire un brano che rientra in questi stili? Non abbiate quindi paura di osare!
3. Scegliere un brano pensando che la propria voce sia identica a quella di qualcun altro.
Non è sbagliato avere dei punti di riferimento, ma lo studio della propria voce ha come scopo finale scoprire la propria unicità. Nonostante ci possano essere delle affinità con i nostri idoli o con le voci che amiamo di più, potremmo restare delusi dal realizzare che non riusciamo a cantare esattamente come i nostri artisti preferiti. Niente di male in questo! La nostra voce potrebbe risultare al meglio con brani di un altro artista o genere, o magari con i proprii. Studiare e lavorare sulla propria voce potrebbe diventare il trampolino di lancio per esprimere se stessi e la propria arte. E magari il nostro artista preferito resterà esclusivamente tra gli ascolti delle nostre playlist…
Conoscere la propria voce ci permette di scoprire noi stessi e le nostre caratteristiche uniche, quindi non abbiate paura di curiosare negli angoli anche più nascosti della storia della musica vocale.
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Le lezioni di canto

Le lezioni di canto costituiscono un percorso costruito sulle esigenze e sulle abilità dell’allievo. Non si tratta di un percorso standard, uguale per tutti, ma modulato sugli obiettivi che studente e insegnante individuano insieme, tenendo sempre conto delle caratteristiche vocali e delle condizioni di partenza. Obiettivi che ovviamente cambiano da persona a persona perché, ad esempio, c’è chi sente l’esigenza di raggiungere un’intonazione più precisa per poter scrivere e cantare i propri brani e chi invece desidera apprendere un bagaglio tecnico necessario per affrontare certi stili interpretativi.
Ci sono aspetti basilari che accomunano ogni percorso di studio e ci sono tecniche fondamentali per ogni cantante, ma sicuramente molti contenuti possono essere personalizzati e declinati in maniera diversa in base alle peculiarità personali.
In generale possiamo dire che durante le prime lezioni di canto di un principiante gli esercizi si concentrano su respirazione, intonazione, esplorazione dell’estensione vocale, ricerca e sperimentazione di un possibile repertorio di brani da studiare. Poi si cominciano ad affrontare argomenti come i registri o meccanismi, le diverse tecniche vocali, il potenziamento di appoggio e sostegno, le stilistiche e i generi… progredendo mano a mano verso esercizi di agilità, virtuosismi e argomenti sempre più specifici.
I primi minuti della lezione sono dedicati al riscaldamento, partendo da esercizi di respirazione e concentrazione (soprattutto per chi è all’inizio del corso) necessari per preparare la voce alla fase successiva ovvero l’allenamento. I vocalizzi sono esercizi per lavorare su tutta l’estensione vocale, per potenziare tecniche di emissione, per allenarsi sul passaggio da un registro all’altro, per migliorare la propria intonazione. L’allenamento serve per imparare a padroneggiare scale e arpeggi, per gestire velocità e dinamiche, per conoscere come creare i propri suoni, per scoprire come rendere la voce musicale ed espressiva.
Terminata questa fase ci si concentra sui brani, intervenendo sui focus tecnici, sulla qualità dell’emissione, analizzandone le dinamiche e l’andamento espressivo, valutandone l’interpretazione. I brani sono un po’ la cartina tornasole del bagaglio tecnico ed espressivo del cantante, infatti non è raro che, proprio nascoste nelle linee melodiche delle canzoni, si individuano gli esercizi fatti durante l’allenamento.
La lezione termina con un momento dedicato al defaticamento, ovvero un breve esercizio per scaricare la fatica vocale.
Ogni lezione è un’occasione preziosa per affrontare argomenti nuovi, curiosità, inserire nuovi spunti di studio: ad esempio è molto interessante dedicare momenti all’ascolto di artisti e generi nuovi, ma anche dedicarsi anche all’improvvisazione vocale. Le lezioni in genere durano un’ora e hanno cadenza settimanale, ma quando il cantante ha una buona padronanza tecnica è molto utile fare lezioni più lunghe, di due ore ad esempio, durante le quali il lavoro può essere più dettagliato e dare frutti preziosi. Si ha infatti il tempo necessario per gestire le diverse fasi della lezione, per confrontarsi maggiormente e sfruttare al meglio il riscaldamento vocale.
Dobbiamo ricordarci che cantare è una pratica che coinvolge molto la sfera emotiva, può influenzare il nostro stato d’animo, ci può rendere euforici e di buon umore, ma anche smuovere emozioni profonde e a volte farci piangere. Succede molto spesso che un allievo senta il bisogno di piangere, di liberarsi così da un peso, o di commuoversi. Questo è assolutamente normale ed è un momento che va vissuto con la giusta serenità senza paura di giudizi esterni. Le lezioni di canto sono frutto di una sinergia tra allievo e insegnante, non sono mai unilaterali. Le lezioni funzionano perché si fanno insieme.
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Perché a pochi di noi piace la propria voce?

Ci capita spesso di affrontare questo argomento con i nostri allievi di canto, soprattutto all’inizio del loro percorso, quando ancora non hanno “documentazione” che abbia fissato nel tempo le loro performance.
Spesso, infatti, al primo ri-ascolto di un esercizio o addirittura di un loro messaggio vocale, arrivano a lezione preoccupati e con la lapidaria osservazione “la mia voce non è quella che io penso di avere!”.
Purtroppo è proprio così. La percezione della nostra voce cambia da dentro di noi rispetto alla persona esterna a noi per un semplice motivo: noi siamo la nostra stessa cassa di risonanza e ci ascoltiamo dall’interno del nostro strumento.
Una caratteristica di cui si possono avvalere solo gli esseri viventi, essendo gli altri strumenti oggetti azionati da un fattore esterno.
La percezione della nostra voce risulta quindi più grave e più corposa rispetto a ciò che si sente dall’esterno e non è infrequente quindi che il nostro TIMBRO possa sembrarci più squillante o meno profondo dell’idea che ci eravamo costruiti. Spesse volte quindi, come insegnanti, ci troviamo a dover insistere sul registrarsi durante l’allenamento a casa, proprio perché questo momento può essere vissuto con disagio nel riascoltare una voce che “non ci piace”.
Abbiamo però delle armi a nostro vantaggio che possono aiutarci a costruire la voce che desideriamo avere: innanzitutto essere clementi con se stessi. Certamente non potremo combattere contro madre natura che ha donato ad ognuno di noi la propria voce e proprio per questo UNICA.
Gli esercizi di allenamento, come quelli per l’ampliamento dell’estensione, sullo sviluppo della rotondità nella pronuncia delle vocali, sull’agilità e sugli stili potranno aiutarci a scoprire quale genere musicale può essere più affine al nostro timbro, al fine di tirare fuori il meglio dalla nostra voce.
Registrarsi si trasforma da un momento di disagio ad un momento di grande aiuto: solo ascoltando ciò che non mi piace della mia voce potrò lavorare sul modificare degli aspetti della pronuncia ad esempio, ammorbidire o inasprire l’esecuzione di alcuni suoni, ricercare un effetto sonoro particolare per un determinato stile. Conoscere la propria voce in tutti i suoi aspetti ci permette di lavorare su di essa a 360 gradi, per cercare di creare la versione migliore della nostra vocalità ed avvicinarci all’idea che ci siamo costruiti della nostra voce.
Questo lavoro potrebbe però svelare anche aspetti della nostra voce che ancora non conosciamo, dandoci la possibilità di esplorare delle sfumature del nostro timbro che non credevamo nemmeno di avere.
Solo lavorando sui noi stessi potremo superare l’idea di non avere una “bella” voce. Ogni voce è unica e irripetibile, ogni timbro ha caratteristiche che lo rendono speciale, sta solo a noi lavorarci su per scoprirlo.
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La voce è relazione

La voce è senza dubbio relazione. E’ il nostro contatto con il mondo esterno, è ponte tra me e gli altri, è identità e memoria. Nella nostra voce sono contenute molte informazioni su noi stessi e possiamo cogliere tanti particolari personali del nostro interlocutore ascoltandolo parlare. In campo artistico la voce è per eccellenza sinonimo di emozione ed espressività, è il mezzo creativo di cantanti e attori, è il pubblico che partecipa ad un concerto cantando in coro …. La voce è di tutti. E lo è davvero quando diventa inclusione, quando la usiamo per rapportarci con un mondo diverso.
C’è un ambito specifico che predilige la voce come canale diretto di contatto con l’altro: la relazione di cura. Possiamo intendere la relazione di cura come un “essere con l’altro” in una rapporto dinamico, relazionale, in equilibrio tra la soggettività e il ruolo dei soggetti, per raggiungere un obiettivo di beneficio. Sono diverse le terapie relazionali che fanno della voce la chiave del percorso terapeutico con il detto e il non detto, il saper rievocare, il saper accogliere. La parola parlata oltre che nel suo significato, ha la sua importanza anche nel suono, nello stato d’animo di chi parla e di chi ascolta, nella capacità espressiva che porta, nella sua funzione di stimolo verso una risposta nel paziente. E’ sempre carica di elementi emotivi e soggettivi.
Vogliamo però contestualizzare ancora meglio la nostra riflessione analizzando quanto la voce sia importante in ambiti specifici come la musicoterapia e la propedeutica musicale.
Durante un percorso di musicoterapia la relazione si sviluppa principalmente attraverso l’elemento sonoro, tramite strumenti musicali e canti, prediligendo questo tipo di interazione al linguaggio verbale. Proprio attraverso l’espressione musicale e lo scambio sonoro si costruisce il piano relazionale, una dimensione guidata, ma aperta all’altro e al suo sentire. E’ un piano di scambio “creativo”, dove cercare “risposte” attraverso il musicale e il vocale, sospendendo il parlato.
Anche in alcuni percorsi di propedeutica musicale, come la Music Learning Theory di E. Gordon, si predilige il piano vocale cantato come terreno di relazione con il bambino, tralasciando il più possibile la comunicazione verbale. E’ un approccio che vede l’età evolutiva come un periodo prezioso per guidare il bambino nell’espressione del proprio potenziale, una scoperta della propria musicalità con il linguaggio musicale vocale. Già durante la gravidanza è possibile avviare una relazione sonora con il bambino con la voce, un contatto attraverso le vibrazioni del suono che avvolgono il bimbo immerso nel liquido amniotico.
La voce crea ponti preziosi, può essere una ricca fonte di esperienze e soluzioni. Soprattutto per chi lavora in ambiti terapeutici, riabilitativi, didattici, vale la pena avere uno strumento vocale autentico e potente nella sua espressività. Ci sono esercizi e comportamenti che aiutano a migliorare la funzione comunicativa e quindi anche la dimensione creativa della relazione vocale.
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Lo studio di generi e stili per un cantante

Può un cantante iniziare il suo percorso definendo già in partenza il suo stile e il suo genere musicale preferiti?
Ognuno di noi si avvicina allo studio della musica, e del canto in particolare, avendo fantasticato in qualche modo sull’immagine di sé mentre si esegue un determinato brano, magari perché affascinato da un artista o una voce particolare, o dalle sensazioni provate con uno specifico genere musicale o perché, in casi più particolari, ci si sente vicini alla poetica di un determinato autore.
È facile quindi che, già in un primo approccio, si scelga di ottenere precisi effetti vocali che richiamino lo stile preferito, fissando in partenza il genere nel quale specializzarsi.
Dedicare parte dello studio alla conoscenza di tutti i generi musicali può però portare diversi benefici: oltre a diventare consapevoli delle caratteristiche dei diversi stili, aspetto importante nella formazione a 360 gradi del musicista, diventa un’abilità utile se coinvolti in progetti artistici lontani dalla nostra zona di comfort, per ampliare la nostra tecnica vocale e per sviluppare uno stile di comunicazione completamente aderente alle diverse esibizioni.
Pensiamo ad esempio alla tecnica dello SCAT nel jazz: nonostante sia una tecnica specifica di un genere, approfondendone la conoscenza, permette al cantante di acquisire una maggiore consapevolezza di alcuni aspetti ritmici della musica, oltre a stimolare nella tecnica improvvisativa, abilità utile ad un musicista in qualsiasi contesto.
Definire già all’inizio del proprio percorso in quale stile o genere specializzarsi può inoltre risultare limitante: pensiamo ad esempio al POP, dove l’uso della voce è pressoché principalmente brillante o al TRAP dove la fa da padrone il supporto dell’autotune. Tutti generi sicuramente da approfondire, ma da non rendere esclusivi nella propria formazione vocale.
La scoperta della migliore versione di noi stessi nel canto può, secondo la nostra opinione, avvenire solo “provando”: il rischio infatti è di limitare i nostri gusti ancor prima di aver sperimentato, un po’ come avviene quando, da bambini, ci viene sottoposto un nuovo piatto da assaggiare…se non provi tutto come fai a sapere in anticipo cosa davvero ti piace e, nel caso del canto, quale stile o genere musicale veste al meglio la tua voce?
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I professionisti per la nostra voce

Come si risolvono i problemi della nostra voce? Abbiamo visto in diversi articoli quali sono le attenzioni e le buone abitudini per mantenere sano il nostro stato di salute vocale. Ma cosa succede invece quando avvertiamo dei sintomi che ci indicano che qualcosa non va?
Ricordiamoci sempre che il nostro è uno strumento interno e che non riposa quasi mai se non quando dormiamo o stiamo zitti. E’ quindi molto importante monitorare periodicamente come stanno le nostre preziosissime corde vocali. Ci sono delle figure professionali che affiancano il cantante proprio per evitare il sorgere di patologie anche importanti.
Per tenere sotto controllo la nostra voce, basta effettuare un controllo da uno specialista come il foniatra o l’otorino laringoiatra. Attraverso un esame specifico, la laringoscopia, possiamo monitorare sia lo stato di salute delle corde, osservandone superficie, colore e bordi, sia il loro funzionamento seguendo le indicazioni che il foniatra ci darà durante la visita. Con la laringoscopia, un “tubicino con telecamera” viene inserito nella narice e posizionato sopra alla laringe, in modo da poter riprendere quello che succede alle corde vocali. Funziona un po’ come un’ecografia: sullo schermo del pc vedremo quello che la telecamera riprende e, in questo modo, potremo osservare tutto quello che riguarda il nostro funzionamento vocale “in diretta”. Una volta effettuata la diagnosi dell’eventuale patologia riscontrata, sarà il foniatra ad indicarci terapie e/o ulteriori specialisti.
Spesso ai cantanti succede di avere dei noduli sulle corde vocali, come dei piccoli calli che si creano lungo il bordo libero della corda, impedendone il contatto con l’altra e quindi la chiusura per la fonazione. In questo caso dovremo rivolgerci ad un logopedista che ci guiderà nella riabilitazione delle nostre corde. Inoltre, un logopedista che ha anche una formazione professionale artistica, sarà ancora più efficace nell’aiutarci a riabilitare la nostra voce parlata e cantata proprio in funzione delle nostre esigenze canore e sarà più funzionale nell’interfacciarsi con l’insegnante di canto.
E’ proprio l’insegnante di canto la terza figura necessaria a questo percorso di guarigione, per evitare che il problema si possa ripresentare e per un allenamento sempre più mirato e soddisfacente, senza rinunciare a traguardi ambiziosi.
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Dizione e canto

Nell’educare la nostra voce, una componente importante è affidata anche al nostro modo di pronunciare le parole, soprattutto se riflettiamo sulle inflessioni che, quando parliamo, escono spontaneamente dalla nostra bocca perché caratterizzanti della nostra estrazione geografica.
Sempre più frequentemente i manuali di canto dedicano attenzione a questo argomento, anche in virtù della posizione che la nostra bocca e in generale il nostro viso assumono nel dare forma ad una vocale, ad una sillaba, ad una parola e ad una intera frase.
Immaginate di non riuscire a controllare una cadenza particolare sul finire delle frasi, magari orientata verso una vera e propria cantilena: quale potrebbe essere l’effetto sonoro di questa mancanza? Probabilmente dei suoni calanti, una chiusura debole o addirittura assente se coincidente con suoni gravi.
Un libro che ci piace molto, La terapia del respiro di Ilde Middendorf, contiene un esercizio sulla percezione delle vocali interna alla nostra bocca, che stimola molto la percezione della propria esecuzione delle stesse. Immaginate di dover pronunciare le vocali a bocca chiusa: avvertite i piccolissimi movimenti che la vostra bocca esegue per assumere la loro forma? Siete in grado di memorizzare quei movimenti? Se ora doveste pronunciare le vocali ad alta voce, riuscite a sentire se state eseguendo lo stesso processo per formare quella particolare vocale? Provateci!
Così come gli attori, anche i cantanti hanno bisogno di esercitarsi alla pronuncia, esattamente come gli attori si allenano con la gestione della respirazione.
Una buona pronuncia, oltre ad evitare inflessioni dialettali (a meno che non siano ricercate per un particolare stile di canto), supporta anche l’interpretazione di stili e generi diversi, permettendo al cantante di concentrarsi sulle caratteristiche strettamente musicali.
Ecco che il lavoro del cantante diventa sempre più connesso con la conoscenza e con l’ascolto del proprio corpo, partendo dalle corde vocali e dall’orecchio esterno ed interno, passando attraverso la respirazione, per arrivare alla percezione dei muscoli facciali, alla loro attivazione in una direzione guidata dal proprio pensiero, in funzione del suono da emettere e dall’effetto da ottenere…
Il cantante come musicista, attore, esecutore, interprete, in tutta la sua interezza e complessità.
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La voce non sta nella gola!

Non ci stancheremo mai di ripetere che si canta con il corpo. Sembra un concetto molto generico, ma in realtà ci riporta alla concretezza dell’atto vocale come a un’azione più complessa e completa di quanto si pensi comunemente. Le corde vocali, responsabili della fonazione, non sono altro che la sorgente dei nostri suoni, ma non esauriscono da sole quello che la voce diventa. Per essere più chiari, nel momento in cui il nostro suono viene prodotto dalla vibrazione delle pliche vocali, compie un viaggio attraverso il vocal tract che lo trasforma e lo conduce all’esterno. Il suono, inoltre, è determinato anche dalla pressione d’aria che ricevono le corde vocali e quindi dalla nostra respirazione e dal nostro sostegno.
Non dobbiamo mai pensare che la nostra voce sia nella gola e cercare proprio qui la potenza vocale. Cantare di gola, ovvero sovraccaricare di tensione il collo nella speranza di reggere un sforzo vocale o di aumentare la forza della voce è la cosa più sbagliata da fare. La fonazione necessita di rilassatezza per essere prodotta e se c’è la necessità di aumentare potenza o raggiungere suoni alti sostenuti, ci sono tecniche di supporto allo sforzo proprio per non “usare la gola”. Dobbiamo ricordarci che la prima cosa da mettere in atto è un controllo completo delle varie componenti del canto: inspirazione, controllo diaframmatico, corretto impiego dei muscoli facciali e sfruttamento ottimale delle risonanze. Saper usare le risonanze e saper proiettare bene la voce nello spazio ci consente di mantenere il controllo sul canto anche nei punti più critici. Nei brani che richiedono “di più” in termini di potenza, ci sono apposite tecniche per chiamare in aiuto altri muscoli, alcuni anche situati nell’area spalle/collo, per aumentare il controllo in situazioni di fatica (come mantenere un cantato in voce piena su un range alto della nostra estensione, oppure sostenere una nota molto lunga e molto potente, magari anche in una tonalità scomoda….).
Se ci pensiamo bene, non abbiamo parlato di volume , ma di potenza, perché secondo noi il termine potenza è più appropriato per esprimere un “aumento di suono” in quanto suggerisce la partecipazione del corpo e una strategia allenata, mentre con volume ci si riconduce ad una dimensione più semplice, come una manopola da girare o un interruttore da schiacciare. Dobbiamo ricordare che il suono è vibrazione che si spande nello spazio e interagisce con questo. Le vibrazioni attraversano i corpi ne vengono modificate, rispondono all’ambiente esterno mutando. Ad esempio, un cantante lirico canta senza microfono su un palcoscenico che si affaccia su una platea: è quindi facile pensare come il suo corpo debba produrre un suono sufficientemente potente per essere sentito da tutto il teatro e che, anche quando il suono ha un’intensità contenuta (ovvero quando canta piano), il suo corpo necessita comunque di un saldo controllo muscolare e posturale. Dobbiamo abbandonare l’idea che per cantare si usi la gola stando davanti ad un microfono! Lo spazio intorno a noi e la distanza dal nostro interlocutore sono parametri che ci indirizzano verso un meccanismo molto più sofisticato che richiede consapevolezza.
Come faccio a capire se sto cantando di gola? Sarà ancora il tuo corpo a parlare, perché noterai bruciore, abbassamento vocale, problemi a cantare e parlare.
Ascoltarti è un buon inizio per cantare correttamente.
