Novità · Storie di Voci

Storie di voci. Nicoletta: una voce che cresce

Ci sono voci che hanno bisogno di tempo per farsi scoprire.

E poi ce ne sono altre che, fin dal primo ascolto, ti fanno pensare: qui c’è qualcosa di speciale.

Con Nicoletta è successo così.

Aveva appena dieci anni quando è diventata la mia prima allieva di canto. E forse proprio perché era la prima, quella voce e quel percorso sono rimasti legati in maniera particolare anche alla mia storia di insegnante.

Ricordo ancora la prima volta che la ascoltai cantare. Il suo timbro mi colpì immediatamente: aveva qualcosa di sorprendentemente maturo per la sua età. La voce sembrava già ricca di sfumature e lasciava intravedere la possibilità di sviluppare nel tempo un’estensione molto ampia.

Naturalmente aveva dieci anni. E questo significava che, prima ancora di pensare alla cantante che sarebbe potuta diventare, bisognava rispettare la bambina e la voce che aveva in quel momento.

Quando il talento incontra la tecnica

Avere delle doti naturali è un regalo meraviglioso. Ma non significa avere già una tecnica vocale.

Il lavoro con Nicoletta è stato, da questo punto di vista, particolarmente naturale. La sua voce rispondeva facilmente agli stimoli e il mio compito non è mai stato quello di trasformarla in qualcosa di diverso.

Al contrario. Si trattava di darle gli strumenti per conoscere e potenziare ciò che possedeva già.

Abbiamo lavorato sulla voce, sulla consapevolezza, sull’estensione, sull’interpretazione. Poco alla volta, ciò che inizialmente era soprattutto istinto ha cominciato ad accompagnarsi a una maggiore conoscenza del proprio strumento.

Ma nel frattempo stava accadendo qualcos’altro. Nicoletta stava crescendo.

Una voce attraversa anche l’adolescenza

Quando si accompagna un’allieva per diversi anni, non si assiste soltanto all’evoluzione della sua voce: si assiste alla crescita di una persona.

L’adolescenza può cambiare profondamente il modo in cui ci percepiamo. Cambia il corpo, cambia il rapporto con gli altri, cambia il modo in cui ci guardiamo e, inevitabilmente, può cambiare anche il rapporto con la nostra voce.

Una voce che da bambini utilizziamo con spontaneità può improvvisamente diventare qualcosa che osserviamo, confrontiamo, giudichiamo.

“Mi piace la mia voce?” , “È abbastanza bella?”, “Perché la mia è diversa da quella degli altri?”

Per un insegnante di canto, soprattutto quando lavora con ragazzi molto giovani, credo che questo sia un passaggio fondamentale. Non si tratta soltanto di insegnare a respirare meglio, gestire un passaggio o affrontare una nota difficile. Si tratta anche di accompagnare una persona mentre impara a riconoscersi nella propria voce.

Ed è forse questa una delle parti più delicate e più belle del nostro lavoro.

Insegnare non significa costruire una voce

Con Nicoletta ho avuto la fortuna di partire da uno strumento che mostrava fin da subito grandi possibilità. Proprio per questo il mio intervento non doveva sovrapporsi alla sua naturale identità vocale.

Doveva sostenerla.

Una delle convinzioni che negli anni si è rafforzata sempre di più nel mio modo di insegnare è che un insegnante di canto non dovrebbe costruire la voce dell’allievo a propria immagine.

Dovrebbe aiutarlo a scoprire la sua.

La tecnica serve proprio a questo. Non a rendere tutte le voci uguali, ma ad offrire gli strumenti necessari perché ciascuna possa esprimersi con maggiore libertà, consapevolezza e sicurezza.

Da quella bambina di dieci anni al Conservatorio

Gli anni sono passati. Oggi Nicoletta frequenta il corso di canto pop rock presso il Conservatorio di Lecce. La sua formazione prosegue, incontra nuovi insegnanti, nuovi stimoli, nuovi repertori e nuove esperienze. Ed è esattamente ciò che deve accadere.

Eppure c’è una cosa che per me ha un valore particolare. Ancora oggi ci sentiamo.

Nicoletta continua a raccontarmi i suoi progetti, a parlarmi della sua voce e, qualche volta, a confrontarsi con me.

Il rapporto insegnante-allievo, quando è stato costruito sulla fiducia, può cambiare forma senza necessariamente scomparire.

Ad un certo punto bisogna anche essere capaci di lasciare andare i propri allievi verso altre esperienze, altri percorsi e altri maestri.

Vederli continuare significa sapere che quella voce ha trovato la propria strada.

La prima di tante voci

Nicoletta è stata la mia prima allieva. Dopo di lei ne sono arrivate moltissime altre. Voci potenti, timide, istintive, fragili, curiose. Voci che avevano bisogno di essere allenate e altre che, prima ancora, avevano bisogno di essere ascoltate.

Ognuna mi ha insegnato qualcosa.

Ma forse è proprio da quella bambina di dieci anni che ho iniziato a comprendere davvero una cosa che ancora oggi guida il mio modo di insegnare: una voce non è soltanto uno strumento da educare.

Cresce insieme alla persona che la possiede. Ed il nostro compito, come insegnanti, non è decidere in anticipo che cosa dovrà diventare. È darle gli strumenti, il tempo e la fiducia necessari perché possa scoprirlo da sola.

Quella bambina oggi continua a cantare.

E sapere di aver percorso insieme a lei un tratto di quella strada è una delle cose più belle che questo lavoro mi abbia regalato.

Francesca

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